Lo scorso 28 marzo è stato avviato il primo programma SIMeF Mentoring, una nuova iniziativa che la nostra Associazione ha organizzato e reso disponibile ai soci, partecipando sia come mentor che come mentee.
Essere un socio di SIMeF offre il privilegio d’interagire con numerosi colleghi provenienti da esperienze professionali diverse ed operanti in vari ambiti della Medicina Farmaceutica. Con questo programma, si è voluto creare un’opportunità diversa di sviluppo, di condivisione e di supporto professionale e personale, con un rapporto individuale tra un socio di più esperienza – il mentor – e uno con meno – il mentee.
A questa prima edizione hanno aderito 20 mentee che incontreranno il proprio mentor per un’ora e più, almeno una volta al mese per i prossimi nove mesi, con l’obiettivo di riflettere sulle proprie competenze in ambito formativo, lavorativo e sociale o su come focalizzare meglio il proprio futuro professionale.
Il webinar di kick off è stato la prima sessione del programma, in cui è avvenuta la conoscenza tra i partecipanti e la condivisione dei propri obiettivi, le aspettative e le reciproche dichiarazioni su che cosa ci si vuole arricchire durante il percorso.
Silvio Savoia, Senior Talent Development Manager in Boehringer Ingelheim Italia S.p.A., psicologo, coaching e docente su temi di management e sviluppo organizzativo, è intervenuto nell’incontro con un prezioso contributo sul significato del mentoring, la sua conduzione e suggerendo alcune metodologie strutturali quali “intake” e “STAR” utili per chi affronta questo percorso sia esso mentor che mentee.
Il mentoring, ha sottolineato Silvio Savoia, è uno strumento per lo sviluppo professionale da non confondere né con una forma di psicoterapia, né con un programma formativo definito da un’agenda dettagliata. Il mentor deve avere più esperienza del mentee, ma non è un coach e non possiede delle specifiche certificazioni. Porta sé stesso, e la sua testimonianza rappresenta la metodologia principale, se non unica. La biografia professionale del mentor è il principale veicolo di apprendimento.
Le regole di “intake”, una terminologia mutuata dal coaching, riguardano la pianificazione degli incontri: il giorno della settimana, l’orario preferito e la durata dell’incontro. In questo processo è determinante il “setting“, ovvero il contenitore all’interno del quale si svolgeranno le sessioni di mentoring. È un aspetto fondamentale, non solo logistico, poiché definisce il contesto operativo condiviso ed è compito del mentee coordinarlo. Il programma dura più mesi affinché il mentee possa sperimentare, provare, sbagliare e poi tornare alla sessione successiva per rivedere ed analizzare i risultati ottenuti. È importante, raccomanda Silvio Savoia, provare senza fare troppe cose contemporaneamente, ma concentrandosi su uno o due comportamenti ben definiti, in quanto nel contesto lavorativo reale, le persone intorno al mentee non sono consapevoli degli esperimenti che sta conducendo. Il mentoring, infatti, dovrebbe essere inserito nel performance management dell’organizzazione di provenienza e per questo il nostro esperto ha suggerito che il mentee ne parli con il proprio responsabile, in modo da definire degli obiettivi chiari e condivisi.
La relazione di mentoring dev’essere a due vie, ma non peer-to-peer, poiché il mentor ha più esperienza del mentee ed è chiamato a stimolarlo attraverso domande mirate. Un buon mentor pone molte e specifiche domande in modo che la situazione venga illustrata concretamente e con il livello di dettaglio che avrebbe se gli eventi si stessero svolgendo nuovamente. Le domande sono relative alle azioni specifiche del protagonista, allo scopo di focalizzarsi sugli specifici comportamenti. È essenziale che queste domande siano domande aperte, formulate con lo scopo di capire ed ottenere un quadro il più possibile completo dell’evento. Certo, è possibile dire: “Guarda, gli scogli sono lì, si passa di qua, non si passa di là.” Tuttavia, è meglio farlo più tardi. La tentazione del mentor è di raccontare subito la sua storia: ” Aspetta, io farei così, ho fatto così, mi è successo 50 volte.” È meglio trattenersi il più possibile, altrimenti si crea una dipendenza: la tentazione del mentee è di tornare ogni volta dal mentor per chiedere: “Dimmi, cosa devo fare?” Il mentor, quindi, è tenuto a fare domande aperte: cosa potresti fare, chi potrebbe supportare la tua azione, quali effetti hai avuto se hai già tentato qualcosa, cosa puoi imparare da ciò che hai già fatto, e se non facessi nulla? Domande specifiche ed aperte consentono all’altro di argomentare la risposta ed iniziano sempre con “quando”, “cosa”, “chi”, quanto”. Da evitare le domande chiuse, che portano a risposte di sì o no, e se possibile, evitare la parola “perché”, che è spesso associata all’inquisizione. La conclusione degli incontri deve prevedere sempre una sintesi e la condivisione di un prossimo task: le cose più importanti che ho imparato oggi, come sono connesse con i miei obiettivi iniziali e qual è il prossimo passo applicativo, specificando quando e dove lo si metterà in atto. Un task applicativo deve sempre avere un “quando” ed un “dove”: il mentoring è straordinariamente concreto.
Un buon metodo per raccontare una nuova situazione è lo STAR che prevede di presentare un nuovo caso e successivamente individuare delle alternative d’azione. Per raccontare una situazione risulta utile descrivere il contesto: chi c’era, cosa volevano le persone, dove eravamo, cosa volevo ottenere, cosa ci si aspettava da me, cosa volevo che succedesse dopo. È importante distinguere tra task, azione e risultato. La descrizione deve esattamente riportare cosa hai fatto, detto, cosa ha detto l’altro, e cosa è successo dopo, perché non si verifichi l’errore fondamentale di attribuzione, ovvero pensare che il comportamento dell’altro non sia collegato a ciò che si è fatto o detto. Il metodo STAR permette di verificare analiticamente le incongruenze tra task, azione e risultato, creando una relazione di causa-effetto tra il comportamento ed il risultato.
Infine, l’ultimo incontro del percorso è cruciale: è il momento della sintesi finale su tutto ciò che è stato sperimentato e, soprattutto, è il momento di verifica rispetto agli obiettivi iniziali. Il consiglio di Silvio Savoia è quello di scrivere gli obiettivi su un foglio, chiuderlo in una busta all’inizio del percorso ed aprirlo alla fine. Questa sessione è sempre la più emotiva, con delle risate ed a volte anche con delle lacrime: il mentoring è un’esperienza intensa ed il cerchio si chiude con la condivisione di ciò che si è imparato reciprocamente.
Mariangela Amoroso, Direttore Medico Sanofi S.r.l., Consigliere SIMeF