Formazione universitaria vs necessità della filiera del medicinale: troviamo un punto d’incontro

Quando si parla di adeguatezza ed efficienza della formazione universitaria, sono due gli aspetti che vanno considerati: le modalità d’insegnamento ed i contenuti didattici.
Partiamo dal primo aspetto. Innanzitutto, l’idea di progresso dev’essere commisurata all’ambito che stiamo considerando. È indubbio che se pensate ad un’aula dell’XI secolo, ovvero di quando sono nate le università, ed entrate in un’aula universitaria oggi, non noterete grandi progressi. Invece, se paragoniamo i medicamenti usati nella medicina popolare secoli fa con le terapie avanzate odierne che riescono a modificare dei danni genetici del paziente, il progresso scientifico è lampante. L’accusa di non aver innovato la didattica nelle sue modalità era nell’aria già da qualche anno, ma la pandemia ha esacerbato questo pensiero comune. Ormai, gli studenti possono ottenere informazioni in autonomia tramite degli strumenti veloci, potenti ed affidabili ed i docenti, quindi, per non rendere obsoleta la formazione universitaria, non possono più soltanto trasmette conoscenza e nozioni tecniche, ma lo devono fare con mezzi di apprendimento smart ed adattabili alle esigenze dei ragazzi, così che un domani essi possano risolvere dei problemi sempre più complessi, comprendere le nuove scoperte e partecipare attivamente all’avanzamento della società. Non è che i nostri predecessori non fornissero questo tipo di formazione, ma oggi diventa fondamentale farlo con strumenti innovativi, accattivanti e stimolanti: cosa non è sempre facile. Fare didattica innovativa non vuole dire solo usare meglio gli strumenti informatici, ma soprattutto coinvolgere di più gli studenti universitari, renderli protagonisti dei momenti formativi, facendoli partecipare attivamente con le attività di gruppo o individuale durante l’anno nonché esprimendo opinioni e feedback, invece di relegarli al ruolo di spettatori che ascoltano passivamente la lezione e la studiano mesi dopo, meccanicamente. Qualcosa si muove in questa direzione, le università si stanno evolvendo; infatti, ai docenti vengono proposti corsi per migliorare la loro qualità d’insegnamento e vengono acquistati dei software utilizzati in aula durante le lezioni per migliorare l’interattività con gli studenti. Temo, però, sia ancora troppo poco se vogliamo continuare a ricevere elogi da parte dei docenti stranieri per la preparazione dei nostri ragazzi quando si spostano all’estero per dei periodi di studio.

Passiamo ai contenuti didattici. Per quanto attiene a questo aspetto, tutti i docenti aggiornano i loro insegnamenti anno dopo anno e nei nostri corsi di studi si arriva ben dopo la Seconda Guerra Mondiale, anzi, continuando il paragone con l’insegnamento della Storia, noi insegniamo anche quello che verrà senza essere veggenti ma solo studiando la letteratura e facendo ricerche nel nostro settore. Sicuramente, gli studenti escono dalle facoltà mediamente più aggiornati dei lavoratori del settore. Ma il punto non è questo. Le critiche che spesso arrivano dagli stakeholder sono: “insegnate concetti che non gli servono per il lavoro che svolgeranno!”, oppure “i neolaureati non sanno le cose fondamentali per entrare velocemente nel mondo del lavoro!”. Prima di procedere con questo ragionamento, penso sia necessario fissare un punto: il compito dell’Università è di formare professionisti, non tecnici. Nel nostro settore ci sono persone che hanno iniziato la loro vita lavorativa quando l’ulcera allo stomaco poteva solo essere operata perché non era stata ancora scoperta la ranitidina o quando si facevano le cartine, e andranno in pensione con le nanoparticelle, i farmaci ad RNA, anzi no, con le CRISPR ed oltre. Quindi cosa dobbiamo insegnare agli studenti? Sicuramente, i principi alla base del funzionamento del corpo umano, l’origine e lo sviluppo delle patologie ed i fondamentali delle scienze coinvolte nella creazione dei medicinali. E per far questo ci vogliono anni, anni di lezioni da parte dei docenti ed anni di studio da parte dei discenti, ma d’altronde, come un tavolino senza gambe o con gambe sottili non regge molto peso, anche uno studente che non ha solide fondamenta nei principi basilari della scienza non potrà sostenere il “peso” della conoscenza futura. Negli ultimi anni di corso delle lauree magistrali o specialistiche si affrontano degli argomenti più specifici, ma anche in questo caso, è necessario trasmettere le logiche che governano i concetti e vi assicuro che per alcune materie come la mia, legislazione farmaceutica, non è per niente facile né immediato. E con questo siamo arrivati alla laurea.

Saremo riusciti a spiegare nel dettaglio le nuove GCP o le modalità di segnalazione degli eventi avversi? Forse no, ma avremo fatto capire agli studenti che non si può somministrare un medicinale se non ci sono alle spalle dei robusti studi che ne garantiscano la qualità, l’efficacia e la sicurezza. Il resto, la parte più tecnica ed operativa, verrà dopo con gli studi post-laurea ad hoc, con la pratica e l’esperienza.
Peraltro, negli ultimi anni le Università italiane si sono aperte notevolmente alla didattica post-laurea organizzata con il mondo produttivo, proprio allo scopo di fornire ai ragazzi nozioni più pratiche ed applicative, indispensabili nel lavoro, che, se fornite in continuità con la laurea, sono a parer mio più efficaci. Non mancano master e corsi di perfezionamento sugli argomenti di maggior interesse per la filiera dei prodotti per la salute. I corsi post-laurea sono più flessibili e quindi possono essere costruiti e modificati anno dopo anno secondo le reali esigenze del mercato. Nell’ambito regolatorio a Milano, per esempio, siamo partiti nel 1990 con un corso di perfezionamento incentrato esclusivamente sulla legislazione dei medicinali della durata di poche ore. Aggiungendo un pezzo alla volta, oggi abbiamo istituito un master di secondo livello di durata annuale che ricomprende anche i dispositivi medici, i cosmetici, gli integratori e gli alimenti a fini medici speciali, oltre che ai medicinali, e affronta il tema trasversale della sperimentazione clinica, ormai condotta per tutte queste categorie di prodotti. È chiaro che i master devono essere pensati insieme tra le università ed il mondo del lavoro ed i docenti devono avere diversa estrazione e possedere di- verse competenze e punti di vista. A volte si cade nella tentazione o di prolungare il corso di laurea o, dall’altra parte, di vari corsi al di fuori dell’ambito universitario con un livello troppo operativo. Non bisogna confondere i master con la formazione aziendale.
Le sfide didattiche sono davvero notevoli e non possiamo più perdere tempo, tutti devono essere disposti a muoversi dalla zona di confort e mettersi in gioco, consapevoli che le conoscenze e le competenze che servono al mondo farmaceutico sono elevatissime e che i ragazzi, se opportunamente stimolati, generalmente (anche se non sempre) rispondono con passione. Una formazione più interattiva può esse- re anche utile agli studenti a capire prima quale può essere la loro strada in un mondo, il nostro, che offre molteplici opportunità di lavoro.

Paola Minghetti
Direttore Dipartimento Scienze Farmaceutiche Università degli Studi di Milano Presidente Divisione Tecnologia
Farmaceutica SCI
Presidente SITELF
Vice Presidente AFI

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